Risoluzione 6: Abbattere la povertà garantendo un lavoro dignitoso, il commercio equo e lo sviluppo
Presentata dal NUMSA, Sudafrica e dalla Sezione Britannica della FISM
al Congresso della FISM del 2005.
Il 31° Congresso, in rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori dell’industria metalmeccanica di tutte le regioni del mondo:
Nella convinzione che la persistenza della povertà in qualsiasi parte del mondo sia una minaccia per la pace in tutto il mondo e sia causa della negazione dei diritti umani fondamentali, e che il pieno sviluppo umano richieda che i governi rispettino pienamente i diritti sindacali e gli altri diritti democratici fondamentali.
Inorridito dal fatto che la povertà nei paesi in via di sviluppo continui ad uccidere 30.000 bambine e bambini ogni giorno per la fame o a causa di malattie prevenibili.
Tenendo conto del fatto che il recente Rapporto della Commissione sull’Africa dei paesi del G8 rappresenta un appello urgente ad agire per porre fine alla povertà nel mondo.
Tenendo ulteriormente conto delle conclusioni della Commissione Mondiale dell’OIL che afferma che la globalizzazione nella sua forma attuale non è sostenibile e che le politiche per il cosiddetto libero commercio portate avanti da alcuni paesi ricchi sono fonte di continue sofferenze su immensa scala per l’umanità.
Nella convinzione che:
oggi la maggioranza delle persone che vivono nelle condizioni peggiori di povertà siano lavoratrici e lavoratori e popolazioni contadine rurali dei paesi in via di sviluppo, soprattutto donne;
l’attuale ordine globale, in cui la maggioranza degli abitanti della terra sono poveri con una piccola frazione di ricchi, sia insostenibile;
nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa, la povertà cresca in misura inversamente proporzionale rispetto alla crescita delle forze produttive nel mondo, mentre molte donne e uomini sono senza lavoro, o hanno un lavoro scarsamente retribuito e sempre più precario e privo di tutele;
l’abbattimento della povertà richieda, tra le altre misure globali, la mobilitazione della solidarietà dei lavoratori a livello globale.
Riconosce che:
l’aumento degli aiuti e del credito non sarà sufficiente per aprire ai paesi in via di sviluppo l’opportunità di sostenere lo sviluppo industriale e innalzare i redditi delle famiglie;
le attuali politiche in materia di commercio portate avanti dai blocchi commerciali più potenti – soprattutto i sussidi consistenti all’agricoltura – restringono l’accesso ai mercati del nord del mondo e continuano a causare povertà e gravi sofferenze;
tutto il debito inesigibile dei paesi più poveri del mondo deve essere cancellato;
la promozione di un commercio equo, e soprattutto l’abolizione dei sussidi alle esportazioni agricole è indispensabile per consentire ai paesi in via di sviluppo di condividere i benefici degli scambi commerciali e degli investimenti internazionali.
La crescita globale senza precedenti delle forze produttive attualmente offre enormi opportunità di diffondere i benefici di un reddito equo e di eliminare la piaga della disoccupazione di massa nei paesi in via di sviluppo.
La creazione di un lavoro dignitoso deve essere la priorità centrale dei governi, e l’elemento principale di negoziati commerciali autenticamente orientati alla creazione di sviluppo. Il commercio deve essere un fattore importante nel conseguimento dello sviluppo e nella creazione di posti di lavoro dignitosi, ma per molti lavoratori il sistema di scambi commerciali internazionali è irrilevante, o peggio è un ostacolo per la realizzazione di questo obiettivo. Nei paesi in via di sviluppo, così come nei paesi industrializzati, l’agricoltura, la sicurezza occupazionale e le condizioni di vita decenti sembrano essere minacciate, piuttosto che rafforzate dagli scambi commerciali, con le imprese multinazionali che minacciano di trasferire la produzione in paesi in cui i diritti dei lavoratori vengono negati e il costo del lavoro è basso.
Le ampie promesse sulle potenzialità derivanti dalla liberalizzazione del commercio grazie all’OMC non si sono materializzate in termini di un aumento dell’occupazione, di un miglioramento delle condizioni di lavoro e di un aumento della crescita, sia a livello mondiale che nei paesi in via di sviluppo. Al contrario, molti paesi in via di sviluppo che hanno intrapreso la liberalizzazione degli scambi commerciali in linea con le politiche raccomandate dall’OMC, ed anche dalle istituzioni finanziarie internazionali, come risultato devono fare i conti con un processo di de-industrializzazione, dal momento che l’industria nazionale è crollata in conseguenza di queste politiche.
L’occupazione deve essere al centro dell’agenda per la preparazione del Vertice Ministeriale dell’OMC di Hong Kong. L’impatto del commercio sul livello e sulla qualità dell’occupazione determina se esso contribuisca a o sfavorisca l’innalzamento delle condizioni di vita, il conseguimento dello sviluppo e l’abbattimento della povertà. Eppure, le conseguenze degli scambi commerciali sull’occupazione vengono trascurate praticamente ogni volta nei negoziati sul commercio, nonostante i legami palesi.
Questa situazione deve cambiare radicalmente, affinché i negoziati in materia commerciale si basino su una valutazione esaustiva ex ante del loro impatto sul livello e sulla stabilità dell’occupazione (soprattutto nei settori a uso intensivo di lavoro), sul rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, sulla parità tra uomo e donna, sulla presenza di buone condizioni di lavoro, sulle tutele sociali, e anche sulla sicurezza alimentare e sull’accesso a servizi pubblici di qualità.
Ancora più difficili sono le sfide che i paesi in via di sviluppo e i paesi meno sviluppati di tutti devono affrontare nei negoziati sull’accesso al mercato per i prodotti non agricoli (Non-Agricultural Market Access - NAMA). Sia a livello multilaterale che nazionale, è necessario condurre una valutazione rigorosa dell’impatto dei negoziati sul NAMA su sviluppo, dignità del lavoro e sulle persone che vivono in condizioni di povertà. I governi non dovrebbero siglare accordi all’interno di tali negoziati, se non in base ad un quadro chiaro delle probabili ripercussioni i sulla loro capacità di portare avanti politiche industriali che consentano la realizzazione dei loro obiettivi in materia di sviluppo e occupazione.
È necessario destinare fondi nazionali ed internazionali per sostenere l’assistenza per l’aggiustamento occupazionale in presenza di una perdita di posti di lavoro come risultato della liberalizzazione degli scambi commerciali.
Sia i paesi in via di sviluppo che quelli industrializzati devono avere lo spazio politico per portare avanti legittimamente le proprie strategie per lo sviluppo industriale su base nazionale. I negoziati sul NAMA non devono restringere oltre misura questa flessibilità. È necessaria una clausola che consenta a qualsiasi paese in via di sviluppo (soprattutto ai paesi meno sviluppati di tutti) che vincolano i propri dazi doganali, di alterare questo impegno in base a giustificate finalità di sociali e di sviluppo. Essi devono avere il diritto di mantenere dazi più alti, se decidono di farlo, in linea con il principio di “non piena reciprocità” enunciato nella Dichiarazione Ministeriale di Doha.
Il Congresso dichiara il suo pieno sostegno all’Appello globale ad agire contro la povertà ed esorta gli affiliati a mobilitare i propri iscritti per:
- Chiedere ai rispettivi governi nazionali che la creazione di posti di lavoro dignitosi sia al centro della loro agenda, soprattutto nei negoziati per la liberalizzazione degli scambi commerciali.
- Chiedere ai paesi del G8 che si riuniranno a giugno, di introdurre politiche efficaci contro la povertà.
- Continuare a lavorare in stretta collaborazione con gli altri sindacati globali suoi partner e con i movimenti sociali che condividono i suoi principi, per la realizzazione degli obiettivi sopra indicati.
- In particolar modo, si impegna a costruire le capacità degli affiliati di influenzare efficacemente le politiche dei propri governi in materia di commercio, aiuti e sviluppo.
- Utilizzare gli IFA come strumento per rafforzare il diritto dei lavoratori alle informazioni e alla formazione sulle questioni sopra elencate.